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De
Magistris lascia l'Anm Riportiamo una lettera scritta da De
Magistris e pubblicata dall'Espresso in esclusiva in seguito
alle sue dimissioni dall'Associazione nazionale magistrati.
Lettera che deve far riflettere. "Già da alcuni mesi avevo
deciso - seppur con grande rammarico - di dimettermi
dall'Associazione nazionale magistrati. I successivi eventi
che mi hanno riguardato, le priorità dettate dai tempi di un
processo disciplinare tanto rapido quanto sommario, ingiusto
ed iniquo, mi hanno imposto di soprassedere.
Adesso è il tempo
che 'tutti i nodi vengano al pettine'. Vado via da
un'associazione che non solo non è più in grado di
rappresentare adeguatamente i magistrati che quotidianamente
esercitano le funzioni, spesso in condizioni proibitive, ma
sta - con le condotte ed i comportamenti di questi anni -
portando, addirittura, all'affievolimento ed all'indebolimento
di quei valori costituzionali che dovrebbero essere il punto
di riferimento principale della sua azione. L'Anm - che
storicamente aveva avuto il ruolo di contribuire a
concretizzare i valori di indipendenza interna ed esterna
della magistratura - negli ultimi anni, con prassi e condotte
censurabili ormai sotto gli occhi di tutti, ha contribuito al
consolidamento di una magistratura 'normalizzata' non sapendo
e non volendo 'stare vicino' ai tanti colleghi (sicuramente i
più 'bisognosi') che dovevano essere sostenuti nelle loro
difficili azioni quotidiane spesso in contesti di forte
isolamento; ha fatto proprie tendenze e pratiche di
lottizzazione attraverso il sistema delle cosiddette correnti;
ha contribuito - di fatto - a rendere sempre più arduo
l'esercizio di una giurisdizione indipendente che abbia come
principale baluardo il principio costituzionale che impone che
tutti i cittadini siano uguali di fronte alla legge.
L'Anm è
divenuta, con il tempo, un luogo di esercizio del potere, con
scambi di ruoli tra magistrati che oggi ricoprono incarichi
associativi, domani siedono al Csm, dopodomani ai vertici del
ministero e poi, magari, finito il 'giro', si trovano a
ricoprire posti apicali ai vertici degli uffici giudiziari. È
uno spettacolo che per quanto mi riguarda è divenuto
riprovevole. Anche io, per un periodo, ho pensato, lottando
non poco come tutti i miei colleghi sanno, di poter
contribuire a cambiare, dall'interno, l'associazionismo
giudiziario, ma non è possibile non essendoci più alcun
margine.
Lascio, pertanto, l'Anm, donando il contributo ad
associazioni che, nell'impegno quotidiano antimafia, cercano
di garantire l'indipendenza concreta della magistratura molto
meglio dell'associazionismo giudiziario. Non vi è dubbio che
anche il Consiglio superiore della magistratura, composto da
membri laici, espressione dei partiti, e membri togati,
espressione delle correnti, non può, quindi, non risentire
dello stato attuale della politica e della magistratura
associata. I magistrati debbono avere nel cuore e nella mente
e praticare nelle loro azioni i principi costituzionali ed
essere soggetti solo alla legge. So bene che all'interno di
tutte le correnti dell'Anm vi sono colleghi di prim'ordine, ma
questo sistema di funzionamento dell'autogoverno della
magistratura lo considero non più tollerabile.
Il Csm deve
essere il luogo in cui tutti i magistrati si sentano,
effettivamente, garantiti e tutelati dalle costanti minacce
alla loro indipendenza. Non è possibile assistere ad indegne
omissioni o interventi inaccettabili dell'Anm, come ad esempio
negli ultimi mesi, su vicende gravissime che hanno coinvolto
magistrati che, in prima linea, cercano di adempiere solo alle
loro funzioni: da ultimo, quello che è accaduto ai colleghi di
Santa Maria Capua Vetere. Non parlo delle azioni ed omissioni
riprovevoli - da parte anche di magistrati, non solo operanti
in Calabria - sulla mia vicenda perché di quello ho riferito
alla magistratura ordinaria competente e sono fiducioso che,
prima o poi, tutto sarà più chiaro.
Certo, lo spettacolo che
mi ha visto in questi giorni protagonista, in un processo
disciplinare che mi ha lasciato senza parole, ha contribuito a
radicare in me la convinzione che questo sistema ormai è
divenuto inaccettabile per tutti quei magistrati che ancora
sentono e amano profondamente questo mestiere e che siamo
ormai al capolinea. Io sono orgoglioso - sembrerà paradossale
- che questo Csm mi abbia inflitto la censura con
trasferimento d'ufficio. Era proprio quello che mi aspettavo.
Ed anche scritto, in tempi non sospetti. Ho già detto, ad un
mio amico antiquario, di farmi una bella cornice: dovrò
mettere il dispositivo della sentenza dietro la scrivania del
mio ufficio ed indicare a tutti quelli che me lo chiederanno
le vere ragioni del mio trasferimento.
La mia condanna
disciplinare è grave e infondata, nei confronti della stessa
farò ricorso alle sezioni unite civili della Suprema Corte di
Cassazione confidando in giudici sereni, onesti, imparziali,
in poche parole giusti. La condanna è, poi, talmente priva di
fondamento, da ogni punto di vista, che la considero anche
inaccettabile. Mi viene inflitta la censura, devo lasciare
Catanzaro ed abbandonare le funzioni di pubblico ministero in
sostanza perché non ho informato i miei superiori in alcune
circostanze e perché ho secretato un atto solo ed
esclusivamente per salvaguardare le indagini ed evitare che vi
fossero propalazioni esterne che danneggiassero le inchieste;
senza, peraltro, tenere conto delle gravissime ragioni che
hanno necessariamente ispirato alcune mie condotte.
Troppo
zelo, troppi scrupoli, troppo amore per questo mestiere. Del
resto il procuratore generale che rappresentava l'accusa in
giudizio, nel rimproverarmi, definendomi anche birichino, ha
detto che concepisco le mie funzioni come una missione.
Ebbene, questa decisione, a mio umile avviso, contribuisce ad
affievolire l'indipendenza della magistratura, conduce ad
indebolire i valori ed i principi costituzionali, ci trascina
verso una magistratura burocratizzata ed impaurita sotto il
maglio e la clava del processo disciplinare. Il rappresentante
della Procura generale della Cassazione in udienza, il dr.
Vito D'Ambrosio, ex politico, il quale per circa dieci anni è
stato anche presidente della giunta della Regione Marche, ha
sostenuto, durante il processo, sostanzialmente, che non
rappresento, in modo adeguato, il modello di magistrato. Ed
invero, il modello di magistrato al quale mi sono ispirato è
quello rappresentato da mio nonno magistrato (che ha subito
anche due attentati durante l'espletamento delle funzioni), da
mio padre (che ha condotto processi penali di estrema
importanza in materia di terrorismo, criminalità organizzata e
corruzione), dai miei magistrati affidatari durante il
tirocinio, dai tanti colleghi bravi e onesti conosciuti in
questi anni, da quello che ho potuto apprendere ed imparare,
sulla mia pelle in contesti ambientali anche molto difficili,
dall'esperienza professionale nell'esercizio di un mestiere al
quale ho dedicato, praticamente, gran parte della mia vita. Il
mio modello è la Costituzione repubblicana, nata dalla
resistenza. Il modello 'castale' e del magistrato 'burocrate'
non mi interessa e non mi apparterrà mai, nessuna 'quarantena'
in altri uffici, nessun 'trattamento di recupero' nelle pur
nobili funzioni giudicanti, potrà mutare i miei valori, né
potrà far flettere, nemmeno di un centimetro, la mia schiena.
Sarò sempre lo stesso, forse, debbo a questo appunto
ammetterlo, un magistrato che per il 'sistema' è 'deviato ed
eversivo'. Pertanto, questa sentenza è, per me, la conferma di
quello che ho visto in questi anni ed un importante riscontro
professionale alla bontà del mio lavoro.
Certo è una sentenza
che nella sua profonda ingiustizia è anche intrinsecamente
mortificante. Imporre ad un pubblico ministero, che si sa che
ha sempre professato e praticato l'amore immenso per quel
mestiere, di non poterlo più fare - sol perché ha 'osato', in
pratica, indagare un sistema devastante di corruzione e
cercato di evitare che una 'rete collusiva' ostacolasse il
proprio lavoro e, quindi, condannandolo per avere, in
definitiva, rispettato la legge - è un po' come dire ad un
chirurgo che non può più operare, ad un giornalista di
inchiesta che deve occuparsi di fiere in campagna, ad un
investigatore di polizia giudiziaria che deve pensare ai
servizi amministrativi. Farò di tutto, con passione ed
entusiasmo intatti, nei prossimi mesi, per dimostrare quanto
ingiusta e grave sia stata questa sentenza e che danno immane
abbia prodotto per l'indipendenza e l'autonomia dei
magistrati, ed anche e soprattutto per la Calabria, una terra
(che continuerò sempre ad amare comunque finisca questa 'storia')
che aveva bisogno di ben altri 'segnali' istituzionali.
Lavorerò ancor più alacremente nei prossimi mesi - prima del
mio probabile allontanamento 'coatto' dalla Calabria - presso
la Procura della Repubblica di Catanzaro per condurre a
termine le indagini più delicate pendenti. Non mi sottrarrò ad
eventuali dibattiti pubblici anche tra i lavoratori, tra gli
operai, tra gli studenti, nei luoghi in cui vi è sofferenza di
diritti, per contribuire - da cittadino e da magistrato, con
la mia forza interiore - al consolidamento di una coscienza
civile e per la realizzazione di un tessuto connettivo
sinceramente democratico.
Il Paese deve, comunque, sapere che
vi sono ancora magistrati che con onore e dignità offrono una
garanzia per la tutela dei diritti di tutti (dei forti e dei
deboli allo stesso modo) e che non si faranno né intimidire,
né condizionare, da alcun tipo di potere, da nessuna casta,
esercitando le funzioni con piena indipendenza ed autonomia,
in una tensione ideale e morale costituzionalmente orientata,
in ossequio, in primo luogo, all'art. 3 della Costituzione
repubblicana. La lotta per i diritti è dura e forse lo sarà
sempre di più nei prossimi mesi: nelle istituzioni e nel Paese
vi sono ancora, però, energie e valori, anche importanti. Si
deve costruire una rete di rapporti - fondata sui valori di
libertà, uguaglianza e fratellanza - che impedisca all'Italia
di crollare definitivamente proprio sul terreno fondamentale
dei diritti e della giustizia. È il momento che ognuno faccia
qualcosa - in q uesta devastante deriva etica e pericoloso
decadimento dei valori - divenendo protagonista per
contribuire al bene della collettività e del prossimo, non
lasciando l'Italia nelle mani di manigoldi, affaristi e
faccendieri."
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